lettira valter zanardi
Dove vanno tutti questi bambini che non sorridono?
Queste dolci creature pensierose smagrite dalla febbre?
Queste bimbe di otto anni che vediamo camminare da sole?
Vanno a lavorare per quindici ore alle macine;
Dall’alba al tramonto, vanno a compiere all’infinito
Nella stessa prigione lo stesso gesto.
Accovacciati nelle mascelle di una macchina tetra,
mostro orrendo che mastica non si sa che nell’ombra,
Innocenti in una galera, angeli in un inferno,
Lavorano. Ogni cosa è in bronzo, ogni cosa in ferro,
Mai ci si ferma, mai si gioca.
E ancora, che pallore! Le loro gote sono di cenere.
È appena l’alba, e sono già molto stanchi.
Non comprendono nulla del loro destino, ahimè!
Sembrano dire a Dio: “Piccoli come siamo,
Padre Nostro, guardate cosa ci fanno gli uomini!”
Oh infame schiavitù imposta al bambino!
Rachitismo! lavoro il cui fiato soffocante
Distrugge ciò che Dio ha creato; che uccide, folle,
La bellezza sui visi, il pensiero nei cuori,
E che trasformerebbe – ed è questo il suo frutto più certo!-
Apollo in un gobbo, Voltaire in uno stupido!
Lavoro malvagio che prende la tenera età nel suo germogliare,
Che produce la ricchezza creando la miseria,
Che si serve di un bambino come di un attrezzo!
Progresso per cui ci si chiede: “Dove conduce? Cosa vuole?”
Che spezza la giovinezza in fiore! che dà, infine,
Un’anima alla macchina e la estirpa all’uomo!
Che questo lavoro, odiato dalle madri, sia maledetto!
Maledetto come il vizio in cui ci si abbruttisce,
Maledetto come l’infamia e la bestemmia!
Oh Dio! che sia maledetto in nome del lavoro stesso,
In nome del lavoro vero, santo, fecondo, generoso,
Che rende il popolo libero e l’uomo felice!

(*) Parigi, luglio 1838